Aurora si ferma sulla soglia. Il corridoio è enorme, le piastrelle bianche brillano fino in fondo. Stringe il borsello con entrambe le mani e non fa un passo.
Tic. Tic. Le scarpe ginniche ticchettano sul pavimento liscio. Poi silenzio. Aurora stringe il borsello più forte e aspetta.
Un passo. La suola scivola sulla piastrella: «toc». Il suono rimbalza lungo il corridoio: toc… toc… toc. Aurora cammina.
Si volta. La porta alle spalle è un puntino bianco, piccolo come una bugna. Ma Aurora non torna indietro.
Una manica azzurra le sfiora il gomito. «Non hai paura, eh?» dice la maestra, chinandosi. Le sue dita calde prendono la mano di Aurora.
Insieme camminano. Un passo. Poi un altro. La mano della maestra non la lascia.
La maestra entra e indica un banco di legno chiaro, vicino alla finestra. «Questo è il tuo posto, piccola.» Aurora piega il collo.
Sul cassetto, un adesivo tondo e arancione, storto. Le lettere: A-U-R-O-R-A. Già lì. La stava aspettando.
Aurora tocca l'adesivo: la carta è liscia, tiepida dal sole. Mette il borsello sul bordo del banco e si siede. Fuori, un uccellino fa «cip cip».
Fuori, l'uccellino ripete: cip, cip. Il giardino è verde e quieto. Aurora non si volta più.