Doodara

Il primo giorno di Zamama

Boukef Amina

Informazioni sulla storia

Il primo giorno di Zamama

di Boukef Amina · Acquerello · 6-9 anni · 10 pagine

I primi raggi del sole accarezzano la facciata azzurra della piccola scuola e svegliano, una dopo l'altra, le finestre di legno. Il cortile è verde e ampio, non c'è ancora nessuno — solo un piccolo uccellino solitario che si posa sul bordo del muro di pietra. L'aria è fresca, porta il profumo dell'erba appena tagliata, e le piastrelle grigie brillano sotto una luce fredda che non si è ancora sciolta dalla notte. Tutto è silenzioso, come se la scuola aspettasse qualcuno che aprisse la porta.

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I primi raggi del sole accarezzano la facciata azzurra della piccola scuola e svegliano, una dopo l'altra, le finestre di legno. Il cortile è verde e ampio, non c'è ancora nessuno — solo un piccolo uccellino solitario che si posa sul bordo del muro di pietra. L'aria è fresca, porta il profumo dell'erba appena tagliata, e le piastrelle grigie brillano sotto una luce fredda che non si è ancora sciolta dalla notte. Tutto è silenzioso, come se la scuola aspettasse qualcuno che aprisse la porta.

Zamama è ferma davanti alla porta azzurra, le sue grinfie stringono il panino finché non lo deformano tra le zampine. All'improvviso, dal varco escono ondate di rumore: fischi, risate, una scarpa che sbatte contro il muro e rimbalza. Si avvolge la coda attorno alle gambe e fa un passo indietro; il muso le spunta da dietro il pane schiacciato. «Ma che baccano è questo?»

Zamama corre attraverso il cortile verde fino in fondo, dove sta una vecchia panchina di legno dai listelli grigi. Si nasconde dietro: le orecchie le sbattono contro i bordi di legno alle sue spalle. Il legno è ruvido e freddo sulla schiena; si accuccia di più per premere il muso nella fessura tra i listelli. Dei suoi grandi occhi ne spunta uno solo, l'altro è perso nell'ombra.

Dal stretto varco tra i due listelli della panchina, il grande occhio di Zamama luccica nell'ombra scura. Il legno ruvido le preme sulla guancia, e l'orecchio destro è incuneato tra i due listelli come un foglietto piegato. Non fa un suono; respira piano, il muso immobile. Proprio dietro di lei, sull'erba, un'ombra più lunga incrocia la sua — l'ombra di qualcuno seduto, fermo.

La piccola coniglia era già lì sull'erba da qualche istante, e con le zampine stava aprendo il suo panino, senza fretta, con una pazienza tranquilla. Le orecchie lunghe oscillano a ogni movimento, e le briciole si spargono intorno a lei come stelline. Il silenzio tra loro cade sull'erba come gocce d'acqua. Zamama trattiene il fiato; la coda è ancora avvolta attorno alle gambe.

La coniglia alza lo sguardo e vede Zamama nascosta dietro i listelli. Masticando il bordo del suo panino, gli porge il pezzetto. «Hai fame?» Le briciole di pane si spargono sull'erba. Zamama allunga il collo e afferra il pezzetto caldo; il rumore lontano diventa un sussurro appena udibile dietro di loro.

Zamama apre il suo panino — quello che ha schiacciato per tutto il tragitto finché non ha perso ogni forma. Il ripieno si è spalmato ed è diventato una lamina sottile e appiccicosa che brilla alla luce del mattino. Lo guarda a lungo, poi guarda la coniglia che sorride con la bocca piena di briciole. Con delicatezza, le porge un pezzetto del suo panino appiattito.

La coniglia morde il pezzetto e dice con grande serietà: «È meglio del mio!» Zamama alza l'orecchio destro. La coniglia ingoia e mette le zampine dietro la schiena. Restano sedute una accanto all'altra per terra, le zampe distanziate appena la lunghezza di un muso. Il silenzio torna, ma questa volta è diverso — più pesante, più tenero.

Zamama appoggia la schiena al legno della vecchia panchina; i raggi del mattino le sfiorano le ginocchia e riscaldano l'erba verde intorno a loro. Arrotola un filo sottile d'erba e lo nasconde dietro l'orecchio, come un accessorio segreto. Guarda intorno — all'erba, al legno, al cielo sopra di loro — e dice con voce calma: «Questo è il mio posto preferito di oggi.»

La coniglia ride — una risata breve, improvvisa, come una goccia che tocca una superficie di vetro. Una briciola le luccica sul muso nella luce dorata del mattino. Zamama nasconde il sorriso dietro la coda avvolta; solo le orecchie le oscillano. Il sole scavalca il muro e versa la sua luce sulla panchina, che un'ora fa era fredda e adesso è calda sotto la loro pelle.