Fefè scende nel giardino e allunga la mano verso l'erba, pronta a raccogliere le stelline cadute. Il prato la accoglie in un profumo di terra e rugiada fresca.
Alza lo sguardo: sopra la collina, il cielo è nero. Nero, nero, senza una sola stella. Le sue piccole mani frugano tra le foglie e trovano solo erba fredda e umida.
Scuote i cespugli, sbircia dietro le pietre, si piega sotto la panchina. «C'è, no?» sussurra tra i denti. Esce solo silenzio grigio e il crepitio delle foglie secche.
Fefè si siede sull'erba, appoggia il mento sulle braccia, e guarda il cielo vuoto sopra la collina. «Dov'è la luce?» pensa, immobile.
Corre dentro casa. Nel cassetto della cucina trova la sua piccola candela rossa e la afferra di slancio. Scricchiolii di legno sotto le scarpe.
La fiamma è piccolissima, gialla, e trema nel buio. Gli scalini scricchiolano sotto le sue scarpe, uno alla volta. Piano, piano, arriva alla finestra.
Fefè posa la candela sulla ringhiera e affaccia il palmo aperto verso il cielo. Le dita sono leggermente divaricate, come un piccolo piatto offerto al vento.
Una stellina minuscola, dorata, scende piano, piano, come un granello di farina. Si posa proprio sul suo palmo. La fiamma della candela si spegne da sola, e un filo di fumo sale.
Sopra la collina, il cielo esplode di cento stelle nuove. Luccicano una, due, cento, come se qualcuno avesse sparpagliato farina d'oro su un lenzuolo scuro.
Fefè apre la mano piano. La stellina si solleva, plana, e va a stare in mezzo alle altre. Le sue dita restano vuote, appena tiepide.
Resta seduta sulla ringhiera, con le gambe che penzolano nel buio. Sotto, il giardino brilla di quel nuovo bagliore. La candela, ormai solo cera bianca, riposa sul davanzale.
«Per stasera, basta.» Fefè guarda le stelle che ondulano sopra la collina, una dopo l'altra. Il giardino canta di luce nuova. Basta.







