Lelio spinge le porte della palestra e i suoi sneakers sfrigolano sul pavimento gommato. Dall'altra parte della sala, vede il trapezio che dondola nel silenzio.
Amir è appeso alla barra, gambe raccolte, immobile come una statua. Lelio fa un passo indietro, le palme sudate sulla crema per la presa. «Vuoi provare?» chiede Amir, indicando la trave di equilibrio.
Lelio sale sulla trave e il mondo diventa instabile. Le braccia si aprono a ventaglio. Cammina. Un passo dopo l'altro, senza guardarsi indietro. La mano di Amir gli afferra il gomito — calda, ruvida — e lo guidano fino in fondo.
Alla terza volta, Lelio affronta il muro di arrampicata. A metà strada, le dita slittano e si blocca, sospeso tra due prese. Il respiro si ferma.
Amir non lo afferra. Invece incomincia a contare, alto e regolare. «Uno, due, tre…» Ogni numero colpisce la palestra come un tamburo. Al successivo respiro, la mano destra trova una nuova presa, poi la sinistra.
Lelio si trascina sopra la cima e rotola sul materasso. Amir ride, ansimante, e gli tende la mano.
Ora sono loro a vicenda i punti di riferimento. Lelio si aggrappa alle parallele, Amir scala il muro. Ogni uno conta per l'altro.
Le braccia di Lelio tremano sul metallo, ma la voce di Amir non si ferma. Dieci, venti… Quando infine Lelio sbatte le gambe sopra la barra e cade, Amir grida forte abbastanza da far tintinnare il campanello.
Il timer della palestra fischia. La pratica è finita. Eppure nessuno dei due si muove verso la porta.
Sul pavimento gommato, i loro respiri si calmano uno alla volta. Il rumore degli attrezzi tace. Resta solo il silenzio, pesante e dolce.
Fuori, la città italiana continua. Auto che passano, biciclette che suonano, voci dal marciapiede. Qui dentro, però, c'è un altro ritmo.
Lelio guarda le proprie mani. Sono vuote, ma non per molto. Domani tornerà. E Amir sarà là, pronto a contare.