Il cancello penzola aperto, cigolando sulla chiavistella di ferro. Oltre, i tronchi delle betulle striano l'ombra di bianco pallido e nero. L'erba del prato ticchetta nel caldo sole del tardo pomeriggio.
Pipkin stringe il cancello, le nocche bianche. Ritrova il muso dalla fessura. Non ancora, pensa, con le orecchie piatte sulla testa. Una zampa scivola avanti sul ghiaietto.
Le betulle si chinano vicine, i tronchi sussurrano nella penombra verdognola. La luce si incrina tra le foglie in sottili righe d'oro. In lontananza, un ruscello ticchetta sulle pietre.
Pipkin si trascina tra le api. Una zampa, due zampe, tre zampe. Tutto lo sciame si stringe intorno alle sue orecchie, un forte ronzio dorato che inghiotte ogni passo.
Un'ape cicciotta gli dà un bottone proprio sul muso. ACHOO! Lo starnuto lo spinge in avanti, scivolando oltre l'ultima ape. Il muso è umido, che lampeggia. Il ruscello luccica là davanti.
Hop, hop, splash. La zampa posteriore gli scivola sulla terza pietra. Ora è seduto nelle fredde acque basse, le orecchie dritte dritte, l'acqua che inzuppa ogni ciuffo di pelo.
Si trascina fuori dall'acqua e strizza entrambe le zampe — scuoti, scuoti, gocciola. Quattro pietre ancora. Tre. Due. Il ruscello gorgoglia una piccola, paziente risata tra le rocce.
Gli artigli graffiano la terra sciolta nell'ultimo tratto ripido. Su, su, su. Rotola oltre la cima, PUFF, e atterra proprio sotto la betulla più alta.
Là sotto, tutto il prato dorato si dischiude. Il cancello, il ruscello, il campo d'api — tutto minuscolo e immobile. Le sue orecchie si fanno silenziose. Un baccello pallido gli cade sulla schiena. Oh, pensa, piccolo, piccolo.
Si stiracchia e batte la zampa posteriore sulla pietra della cima — toc, toc, toc. Un bombo ronzante gli sfreccia accanto. Lo guarda andare. Poi si volta e scende saltellando dall'altra parte, zampe ancora umide.