quello che dicono i
Spino se la fila sotto la radice dritta della quercia più vecchia. Una folata gli rotola una foglia dorata, dritta tra le zampe.
«Ehi!» Si blocca di scatto, le zampe che tremano sul muschio freddo. La foglia profuma di ambra e di pioggia.
Spino apre la foglia a metà. Minuscole lettere dorate, scritte dalla vecchia quercia: «Molla la presa.»
Richiude, stringe la foglia sotto l'ascella; le zampe si annodano alla radice. Il vento fischia, le foglie sbattono come ali bagnate. «No, no, no,» dice Spino, stringendo ancora più forte.
Il vento strappa la foglia dalle zampe. Volta, gira, e si posa — pfft! — dritta sul naso di Spino.
Sotto la foglia c'è un ronzio piccolo, come un fiammifero acceso. Una foglia si accende, poi due, poi dieci: il prato intero diventa un cielo di lanterne.
Spino apre le zampe. La foglia si stacca dal naso e sale, lenta, nel cielo grigio. Il ronzio si spegne in un sospiro.
Spino corre — non via dal vento, ma dentro. Le foglie gli sfiorano le spine, profumano di pane tostato, il mondo gira d'oro intorno a lui.
Spino sta in mezzo al prato, le zampe aperte, le spine che svolazzano. «Grazie,» dice al vento. Il prato intero sfarfalla.